Secondo Olivier-Thomas Venard non è scientifico contraddire sistematicamente i vangeli. Gesù non era un agitatore politico
(Christian Makarian, giornalista francese)
C’è una parte di “politica” nel messaggio di Gesù?
La situazione politica della Terra Santa a quell’epoca era così agitata che il suo messaggio non poteva non avere ripercussioni politiche. Parole come «Non potete servire Dio e il denaro» o «Beati gli assetati di giustizia» restano sovversive per qualsiasi società costruita sulla scalata al potere. Allo stesso modo le sue diatribe contro l’ipocrisia avevano una dimensione politica, in quanto il Tempio era l’istituzione economica più importante del Paese.
Ma Gesù non era un agitatore politico. Paragonato ad altri ebrei del suo tempo, appare piuttosto rispettoso dell’ordine costituito, per esempio riconosce l’autorità dei sacerdoti, segue il calendario del Tempio, indica persino le condizioni propizie per offrirvi un sacrificio! Ciò che ha di “rivoluzionario”, volendo usare questa parola, è proprio la volontà di non ridurre tutto alla sfera politica. La sua famosa sentenza «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» segna una svolta: il rapporto che egli instaura con Dio trascende qualsiasi circostanza esterna. Gesù mira alla coscienza personale di ognuno, sulla quale pretende di avere la massima autorità. La storia del cristianesimo lo mostra fin dall’inizio, e Paolo non chiederà neppure agli schiavi di liberarsi con la forza. La “via di Gesù” consiste nel seguire la propria coscienza illuminata, anche sotto la peggiore oppressione.
Possiamo tuttavia immaginare che ci siano state diverse fazioni o tendenze politiche tra i discepoli? Si è spesso fatto di Giuda uno zelota...
Così si dice. Giuda fu forse l’unico discepolo con un pensiero politico organizzato. I racconti evangelici mostrano che il motivo per cui “consegnò” Gesù fu tutt’altro che chiaro, persino per coloro che composero i racconti originari: cupidigia secondo Matteo, possessione diabolica secondo Giovanni. Un’ipotesi degli storici e degli scrittori è che Giuda abbia creduto in Gesù messia liberatore nazionale. Spingendolo a incontrare i sommi sacerdoti, Giuda avrebbe segretamente sperato che lo riconoscessero come messia. L’idea è interessante, perché permette di comprendere meglio il suicidio disperato di Giuda, ma è solo una bella fantasia. I discepoli probabilmente condividevano le aspettative messianiche del “giudaismo comune” dell’epoca. È evidente che la dimensione politica della salvezza li ottenebra. Persino il giorno in cui Gesù dice loro addio, gli chiedono ancora: «È questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». L’aspetto eccezionale nel loro impegno con Gesù non è però la loro motivazione politica. È il fascino che provano per la persona del maestro, di cui rende testimonianza l’esistenza stessa dei Vangeli. Nessuna setta ebraica antica ha coltivato la storia del suo fondatore: neppure il “maestro di giustizia” degli esseni ha avuto diritto a un simile trattamento! Contrariamente al preconcetto che riduce i Vangeli a una letteratura propagandistica a posteriori, idea su cui Reza Aslan costruisce tutta la sua argomentazione, i Vangeli sono una sorta di “vite” di Gesù, all’antica. L’opera decisiva di Richard Burridge a tale proposito risale al 1992! E, al loro interno, il racconto della morte di Gesù esula da tutti i codici della letteratura antica conosciuta: Erich Auerbach lo sosteneva già più di sessant’anni fa. Testimonia fatti storici precisi e una creatività alla quale gli eventi stessi li costrinsero a ricorrere.
Molte polemiche ruotano attorno ai motivi e alle circostanze del processo di Gesù, in particolare la rottura tra cristiani ed ebrei. Cosa se ne sa veramente oggi?
Il fatto è che, nel corso della storia, i racconti della passione di Gesù sono stati usati per incitare all’antigiudaismo. Atto non solo criminale, ma anche assurdo, perché inizialmente sono testi interni al giudaismo. Ma non bisogna neanche esagerare in senso opposto, negando qualsiasi coinvolgimento degli ebrei dell’epoca di Gesù nel supplizio romano che gli fu inflitto. Flavio Giuseppe racconta che gli ebrei stessi ricorrevano ai romani per far condannare altri ebrei fautori di disordini. Ciò detto, l’occasione circostanziale della morte di Gesù resta un enigma. Il cartello «Re dei giudei» posto sulla croce è chiaramente un gesto di scherno dei romani contro gli ebrei, che disprezzavano. Il fatto che solo lui venga arrestato, e non i suoi discepoli, dimostra che non era considerato sul serio capo di una rivolta. Questo toglie credibilità a qualsiasi riduzione di Gesù a un rivoluzionario politico. Gli evangelisti dicono che non c’era alcuna ragione, o evocano l’invidia. Sembra che sia stata la sua persona stessa a costituire il problema.
Secondo lei, che cosa ha perduto Gesù, in senso meramente politico?
Nella Giudea del i secolo nulla è meramente politico in realtà. La mentalità resta teocratica. Ciò che perde Gesù è la sua pretesa a un’autorità suprema, unita al rifiuto di imporla con la forza. Con parole e con atti — guarigioni, esorcismi, gesti simbolici come la “purificazione del Tempio” — si arrogava un posto che secondo il giudaismo solo Dio poteva occupare. Ma i suoi unici argomenti erano la ragione e la guarigione. Portò un cambiamento dell’idea di Dio. Dio non era più la cosa più grande immaginabile, che schiacciava tutto a vantaggio dei suoi adoratori, ma un essere personale che si è legato all’uomo con un’alleanza e che gli resta fedele anche quando l’uomo è infedele. Su questo punto Reza Aslan mostra un semplicismo che confina con l’antigiudaismo, quando riduce il Dio d’Israele al cliché di un dio etnico crudele. Si possono ignorare fino a questo punto i lavori di Menahem Kister o di Daniel Boyarin sulle speculazioni ebraiche antiche sull’unipluralità in Dio? Anche qui lo scrittore applica un monoteismo grezzo su un pensiero religioso ben più sottile.
Reza Aslan mette da parte la fede cristiana, che vede in Gesù tutt’altro che un messia fallito. Se Gesù fosse stato zelota, ci sarebbe stato comunque il cristianesimo?
Non più di quanto vi sia una religione legata all’uno o all’altro dei ribelli giudei di cui Aslan stila il lungo elenco all’inizio del suo libro. Di fatto, Aslan non si accontenta di tenere in poco conto la fede cristiana, ma attribuisce costantemente agli evangelisti fantasia, immaginazione, desiderio di propaganda... Si finisce con il chiedersi quanto il suo lavoro “scientifico” debba alla tesi islamica della falsificazione delle scritture da parte degli altri credenti (tahrîf). Rifiutare tutte le affermazioni della fede con il pretesto di fare della storia significa sostituire una ricostruzione artificiale all’unico legame concreto e reale con il passato, vale a dire la tradizione, la trasmissione dei documenti, in questo caso scritti da credenti. La critica storica deve imparare a salvare capra e cavoli, se così posso dire, altrimenti con il pretesto della storia scientifica si dà libero sfogo alla propria immaginazione.
Contraddire sistematicamente le affermazioni della fede per scrivere una vita di Gesù significa segare il ramo sul quale si è seduti e creare un Gesù più a propria immagine. Quando riduce il “rendete a Cesare” a uno slogan zelota, Reza Aslan riprende una tesi di Reimarus che risale al XVIII secolo. Sociologo, musulmano, tende indubbiamente a reinterpretare tutta la storia di Gesù su un piano sociopolitico. E, poiché insegna scrittura creativa, padroneggia tutti gli artifici letterari per promuovere la sua visione personale. In questo c’è qualcosa di Reimarus e al tempo stesso di Renan. Ma non siamo nel XXI secolo?
L'Osservatore Romano