martedì 1 aprile 2014

"I morti udranno la sua voce e risorgeranno"



Gesù aveva appena guarito un paralitico, ma nei giudei il miracolo aveva suscitato lo sdegno; l'inossidabilità delle loro certezze aveva ossidato la speranza. In nome del proprio legalismo avrebbero proibito l'amore che dà pienezza alla Legge; intanto avevano cominciato con il "perseguitare" Gesù. Eppure proprio in questo paradosso si cela il mistero che ci ha salvato: originando l'ostilità contro il Signore, il miracolo coglieva il bersaglio. La guarigione del paralitico, infatti, era soltanto un pretesto profetico; il suo amore era offerto gratuitamente per svelare i pensieri dei cuori. Solo così avrebbe poturo guarirci dal morbo maligno che ci paralizza il cuore. E' la dinamica dell'amore autentico: attira il rancore, l'invidia, la gelosia, il marciume che s'annida nell'intimo, come il miele le api. E non c'è nulla da stupirsi se, tra marito e moglie, spesso accade proprio così; o se i figli, invece della gratitudine, presentano impietosi il conto per i difetti dei genitori, più presunti che veri. Il cristiano è Cristo che, in ogni istante della storia, sparge amore sulle ferite perché assorba il pus e poi scenda sino al focolaio dell'infezione per guarirla. Ovvio che all'istante bruci. Ovvio perché un amore così inaudito e gratuito mette a nudo la superbia, e a nessuno piace essere smascherato. Per questo, dalla guarigione del paralitico, comincia il processo a Gesù, immagine di quelli che tutti intentano alla verità e all'amore. Spesso sono dibattimenti che si trascinano per tutta la vita. Ma senza questo processo l'uomo vecchio non potrebbe mostrare i suoi limiti, la corruzione che lo tiene in pugno non sarebbe svelata, e nessuno saprebbe passare all'umiltà che accoglie il perdono per rinascere a vita nuova. Il paralitico non ha fatto nulla, il suo male era evidente, non poteva nasconderlo. Per questo ha "ascoltato" la voce di Gesù ed è guarito. Ma il suo camminare non era che l'inizio di una storia d'amore intrecciata tra Cielo e terra: "Il Padre ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati". I primi passi del paralitico segnavano il "momento" nel quale la profezia delle "opere più grandi" tatuata nelle sue gambe guarite si sarebbe realizzata: "i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno" . Vivere oltre la morte, è questa "l'opera più grande", l'unica capace di generare la "meraviglia" per la quale siamo stati creati. Secondo l'antropologia ebraica la morte non è considerata una separazione del corpo dall'anima: "Un vivente è un'anima (nefesh) vivente, un morto è un'anima (nefesh) morta. La morte non è un annientamento: finché sussiste il corpo, finché restano almeno le ossa, l'anima sussiste, in uno stato di estrema debolezza, come un'ombra nella dimora sotterranea dello Sheol" (R. De Vaux). Ma quel giorno, sul bordo della piscina, Gesù ha annunciato l'imprevedibile: "è giunto il momento", il kairos, il tempo favorevole per "ascoltare e risuscitare". Gesù parla dinanzi alla lapide che ha chiuso un matrimonio, un'amicizia o qualsiasi relazione, perché sa, per esperienza, che dietro di essa non vi è solamente un corpo destinato alla putrefazione, ma un'anima che attende una Parola d'amore. Esattamente come è accaduto a Lui, calato inerme nel sepolcro e destato dall'amore del Padre. Gesù parla dunque, da quel momento in ogni luogo e tempo con l'annuncio della Chiesa, e i morti ascoltano la sua voce e risuscitano; riconoscono, infatti, in quelle parole l'amore che li ha creati per l'eternità e che hanno smesso di udire quando hanno ascoltato la voce del demonio. Solo l'amore risuscita l'amore, anche in un cimitero quale è ridotta la vita di un uomo schiavo del peccato. Qui il Padre è sceso insieme con suo Figlio: tutto dell'uno è riversato nell'altro, la stessa vita giunge e fluisce dove regna la morte. L'amore infinito del Padre si è fatto ascoltare nella voce del Figlio, perché chi giace nell'ombra possa "credere e passare dalla morte alla vita". E' il "giudizio" di misericordia che capovolge il giudizio di condanna emesso da ogni uomo nei confronti dell'amore di Dio. "Il potere di giudicare", infatti, coincide con "il potere di dare la vita", perché è un potere che "mette in crisi" la mortesecondo l'etimologia del verbo "giudicare". Gesù, con il Padre e per conto del Padre, ha giudicato la morte, condannandola a restituire quelli che aveva imprigionato. E' il giudizio che la Parola di Dio "opera sempre", anche quando non lo vediamo, e fonda la certezza che muove la Chiesa sino agli estremi confini della terra, nel profondo dello Sheol, a predicare e annunciare il Vangelo. Per questo non si arresta sulla soglia dei sepolcri, mai. Corpo di Cristo, essa può scendere nell'inferno di un matrimonio in crisi, di un rapporto tra genitori e figli ormai logoro, di una vita bruciata dalla droga e dall'alcool. La Chiesa ha "il potere di giudicare" con viscere di misericordia e ridare vita al cuore più indurito che non vuole perdonare, perché ha imparato dal suo Signore a "non far nulla da se stessa"; non si avvita su superbe alchimie psicologiche, su poveri e limitati ricorsi umani, piani pastorali e slogan mondani; fa solo quello che vede fare al suo Sposo, imitatore perfetto del Padre: "il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa". Con la Chiesa, siamo chiamati in questa Quaresima a lasciarci processare da chi ci è accanto, perché, proprio attraverso l'odio che ci rifiuta, si apra in tutti una fessura da dove calarci negli inferi che trattengono il cuore. Convertirci è allora imparare a non disperare di fronte alle situazioni più difficili, per giudicare tutti con il giudizio di Dio. Genitori, presbiteri, educatori, fratelli non dobbiamo inventare nulla, perché la misericordia non è genialità, ma viscere umili che accolgono l'altro così com'è. E questo si impara solo "copiando" Cristo, ovvero sperimentando ogni giorno il suo amore per donarlo agli altri. La nostra vita, perfino le cose più semplici da fare, sono come già vissute da Cristo, in modo perfetto, secondo il modello e la volontà del Padre. Finiamola di escogitare stratagemmi, occorre guardare Lui, sino a lasciarci crocifiggere nella sua mitezza e nella sua umiltà, per "compiere la volontà del Padre e non la nostra"Vi è solo un pericolo: come i farisei, ascoltare oggi  la voce di Gesù e chiuderci per custodire gelosamente la menzogna che ci impedisce di vedere Dio nel Figlio che ci parla; preferire il sabato al Signore del sabato, l'opera umana all'opera divina; non credere a Gesù e continuare a condannare il Signore perché "si fa Dio" nella nostra storia per salvarci, mentre in noi non c'è posto che per un solo dio, il nostro io... Il male che può condurci alla "risurrezione di condanna", è indurire il cuore e non ascoltare la voce di Cristo; non "approfittare" dell'offerta che oggi Gesù fa a ciascuno di noi: "Il Padre ha rimesso al Figlio ogni giudizio", e Lui ha inchiodato alla Croce il documento che ci condannava. Accogliamo allora il suo "giudizio", perché ogni uomo veda il Figlio vivo e all'opera nei suoi apostoli, e possa "onorare Lui e il Padre", accogliendo il suo amore, perchè per Dio non c'è onore più grande di un peccatore strappato al demonio.