Comunione e Liberazione riflette sulle opportunità offerte dalle elezioni del prossimo 25 maggio
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«È possibile un nuovo inizio?». Se a questa domanda si tende a guardare di per sé con un certo scetticismo, il nuovo inizio sembra quasi impossibile, con riferimento alle elezioni europee che si terranno il prossimo 25 maggio.
In questo momento sono in molti a pensare che dall’Europa non possa venire nulla di buono. «Sebbene non manchino sostenitori dell’UE, si respira un prevalente senso di frustrazione: l’Europa non appare più come un centro, ma come una grande periferia del mondo globalizzato».
Il documento che Comunione e Liberazione propone in vista del prossimo appuntamento constata lo scetticismo diffuso in questo periodo. Eppure, continua il documento, «nella scia di papa Francesco, proprio l’essere o il sentirsi periferia» può essere «un'occasione per recuperare un atteggiamento positivo e darci l’opportunità di un cambiamento».
I fattori di quest’opportunità, il valore dell’Europa unita, l’occasione che la crisi può rappresentare per riscoprire la centralità della persona nel ricostruire la società, verranno messi a tema in un incontro in programma questa sera alle 21 presso Milano Congressi (trasmesso in diretta streaming sul sito www.clonline.org), dove a fianco del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, don Julián Carrón, interverrà Riccardo Ribera d’Alcalà, Direttore Generale delle Politiche Interne del Parlamento europeo. Introduce il direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, Roberto Fontolan.
L’Europa unita dopo la Seconda Guerra Mondiale è nata perché «si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene». Così scriveva lo scorso aprile don Carrón al quotidiano La Repubblica, e fu proprio questa visione che permise di gettare le basi per un periodo di pace senza precedenti nel vecchio continente. Così come dopo la caduta del Muro di Berlino è stato possibile «il superamento pacifico della divisione dell’Europa in due blocchi» anche grazie alla spinta ideale che si era mossa contro un regime di menzogna.
Václav Havel, primo presidente cecoslovacco dopo l’89, aveva sostenuto che la fine dell’Unione Sovietica non sarebbe arrivata da una rivoluzione violenta né da un semplice cambiamento nella tipologia di governo, ma dal singolo impegnato nella ricerca della verità.
«Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo», aveva detto don Giussani a chi nel Sessantotto sognava la rivoluzione e un mondo diverso. Il dialogo sul documento proposto da CL vuole riportare ad un’autentica idea di Europa, lontana dai concetti di tecnocrazia, relativismo e speculazione finanziaria a cui spesso oggi la ricolleghiamo.
Vuole richiamare al fatto che la via d’uscita è proprio ripartire da quella posizione di apertura verso l’altro e di ricerca della verità che ha generato l’Europa. Per questo è determinante la persona, concetto attorno al quale la cultura europea si è formata, e da cui è necessario ripartire per “rifare” l’Europa: «il recupero di una coscienza adeguata dell’umano, di ciò che è essenziale alla realizzazione dei singoli e dei popoli, può avvenire in luoghi che risveglino l’io di ciascuno, lo educhino a un rapporto adeguato con la realtà (qualunque essa sia), gli facciano esistenzialmente percepire la centralità, unicità, sacralità di ogni persona».
Non è aspettando che le istituzioni risolvano la situazione dall’alto che cambierà qualcosa, ma costruendo un popolo dove ciascuno senta che può dare un contributo unico e originale per il bene comune. In questo quadro, è importante l’apporto che la fede cristiana può dare «ad allargare la ragione» e come «educazione a guardare la realtà in tutti i suoi fattori e quindi a recuperare quell’impeto ideale originario che si è offuscato nel tempo». L’incontro di questa sera al Milano Congressi può essere un prezioso contributo per l’Europa che, se non «sarà sorda a tale richiamo, potrà rinascere».
Anna Minghetti