sabato 12 aprile 2014

Tanto tuonò che piovve

... E dimmi, sei favorevole o contrario alla RU 486?

Morire di Ru 486, succede a Torino
di Renzo Puccetti

E così . Una donna di 37 anni è morta dopo essersi sottoposta ad aborto farmacologico. Le nostre preghiere vanno a questa donna e ai familiari, in particolare al figlio rimasto, che in un colpo solo ha perso la madre e il fratellino. Il fatto si è verificato a Torino, centro italiano di predicazione della validità dell’aborto con le pillole. Secondo quanto si apprende dai media la donna si sarebbe sentita male dopo 4 ore dall’ingestione della seconda componente del cocktail abortivo, il misoprostol, e la somministrazione di un analgesico. Si sarebbe verificato un arresto cardiaco per fibrillazione ventricolare a cui, dopo un’iniziale ripresa seguita alle misure rianimatorie, avrebbe fatto seguito un’altra crisi, questa volta fatale.

Intervistato, com’era prevedibile, quale terminale per i media, il dottor Viale, ginecologo radicale, dopo l’invito a non strumentalizzare la vicenda, ha ricordato le ben più numerose morti da parto e la verosimile estraneità della RU 486 in questa vicenda, potendo essere coinvolti altri farmaci, antidolorifici, uterotonici, antibiotici. Nell’accogliere l’invito a non utilizzare questo caso con secondi fini, mi pare che da esso si possa comunque partire per fornire qualche informazione corretta.
La mortalità connessa all’aborto farmacologico (ricordo che pharmakon in greco significa, oltre che medicamento, anche veleno) si attesta a circa un caso ogni centomila, quindi sicuramente un rischio più basso rispetto al 5,1 rilevato come mortalità materna diretta nell’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità. Si dovrebbe aggiungere il non trascurabile particolare che in quella casistica alle 51 donne morte di parto faceva da contrappeso la nascita di più di un milione di bambini (1.001.292 per la precisione), mentre quando la donna muore per aborto non nasce niente, non c’è alcuna vita a consolare, non c’è niente, niente, niente, c’è solo il vuoto e la lacerazione della morte.

Se la statistica dice un caso fatale ogni centomila, pare che in Italia, dopo quarantamila aborti con questa metodica, l’appuntamento con la morte della donna sia giunto in anticipo rispetto al previsto. Che poi la morte sia imputabile alla RU 486 o ad altro farmaco impiegato in quella procedura ha una grande valenza ai fini clinici, ma non in termini di salute pubblica. La procedura dell’aborto con la RU 486 prevede infatti l’aggiunta di farmaci: prostaglandine, antibiotici, quasi sempre antidolorifici, spesso antiemetici, antidiarroici ciascuno dei quali ha un proprio profilo di possibili rischi.

Ma forse vale la pena ricordare che la più recente revisione pubblicata sul New England Journal of Medicine ha confermato che a parità di età gestazionale l’aborto farmacologico si caratterizza per un rischio 6 volte maggiore rispetto a quello chirurgico e  tutti gli studi in maniera univoca confermano il maggiore tasso di complicanze quando si abortisce con le pillole. Non è un caso che, forse un unicum nella storia dell’imprenditoria, la Roussel Uclaf, l’azienda proprietaria della RU 486, non potendo contare sulla copertura delle spese per le prevedibili azioni risarcitorie richiesta al pur disponibilissimo presidente Clinton, preferì cedere gratuitamente i diritti sul territorio americano all’organizzazione abortista Population Council.

Ma c’è di più, c’è una realtà che va al di là della tecnica abortiva che ogni volta sopprime un essere umano innocente ed è una realtà che smentisce sulla base dei numeri scientifici l’impianto posto a fondamento della legge 194, ovvero la sentenza n. 27/75 della Corte costituzionale in cui l’aborto viene introdotto come strumento a tutela della salute della donna. La mortalità delle donne che abortiscono è sempre più alta rispetto a quella delle donne che danno alla luce un figlio. Negli atti del convegno che precede la marcia per la vita svoltosi al Regina Apostolorum nel 2012 pubblicati dall’Osservatorio Van Thuan si possono leggere i numeri messi a disposizione dalla letteratura scientifica: le donne che abortiscono hanno una mortalità tripla rispetto a quelle che partoriscono se la misurazione avviene ad un anno, la mortalità si mantiene più alta sia quando è stata misurata in un arco di 10 anni, sia quando  l’osservazione si è protratta per 25 anni. Nello stesso numero si può leggere una completa analisi che dimostra come nessuna tutela derivi dall’aborto neppure per la salute psichica della donna, anzi abbiamo forti evidenze del contrario.
E allora? Da una parte dobbiamo prendere atto ed elaborare strategie per contrastare non solo la realtà orribile dell’aborto legale, ma anche di tanto aborto clandestino di cui davo conto quando sulla NBQ mi chiedevo: “Dove sono finiti 300mila bambini?”. Perché ricordiamolo sempre, il fine ultimo è salvare vite umane ed impedire che le persone si macchino di un abominevole peccato commettendo un’odiosa ingiustizia. Dall’altro abbiamo il compito di smascherare la grande menzogna della piattaforma abortista. “Legal, safe and rare” (legale, sicuro e raro) è il mantra falsamente umanitario fatto proprio da Clinton nel 1996, ripreso oggi da Obama, sempre usato dal movimento abortista per creare un’illusione di una perfidia senza pari: sostenere le legislazioni abortiste pensando di fare il bene e di sentirsi così buoni. Se è legale non è raro e non è neppure safe; non lo è mai per il bambino, nel lungo termine non lo è per la donna, l’analisi economica del professor Gotti Tedeschi sostenuta dalla NBQ dimostra che non lo è neppure per la società e per il nostro futuro.

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Quando un appartamento salva le vite
di Paola Bonzi
La storia del nostro Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli è diventata lunga lunga. Infatti, in autunno, saranno trent’anni di servizio alla maternità. Innumerevoli sono i ricordi e, tra loro, anche qualche rimpianto.
Una delle opere che rimpiango è sicuramente quella che ci dava la possibilità di accogliere coppie e piccoli nuclei familiari che avevano rinunciato ad abortire, presso una palazzina, assolutamente indipendente, con un piccolo giardino dove erano stati posizionati anche giochi per i bambini. La costruzione era di tre piani e gli appartamentini, dodici. Alcuni, tre, erano monolocali e gli altri nove, bilocali. Li avevamo arredati con mobili uguali ma, alternativamente, di colore verde salvia e beige.
C’eravamo dati un ‘gran da fare’ per corredarli di tutto, dalle posate alla biancheria da letto. Era luglio, quella volta, e maneggiare coperte, piumini e simili, ci procurava notevole calore, quasi senso di soffocamento. Eravamo, però, così contenti che aprivamo gli scatoloni di ciò che avevamo raccolto, con grande allegria.
La parola d’ordine era che non si dovesse spendere se non per lo stretto indispensabile e lo stretto indispensabile era costato veramente molto. Come al solito eravamo senza fondi e le ristrettezze erano la condizione normale in cui muoverci.
A Milano, ma credo in tutta Italia, non esisteva un progetto di accoglienza alla coppia. Il nostro, dunque, era un progetto pilota e tanti sono stati i bambini nati per questo nostro atto coraggioso che non ha trovato riscontro nella pubblica amministrazione. Speravamo, infatti, di accogliere per qualche tempo, due anni al massimo, e di avere poi accesso alle case popolari. Non ci siamo riusciti.
I ricordi più particolari sono quelli delle feste per le ricorrenze di Pasqua, Natale, Carnevale, Giorno della mamma, e per i vari compleanni. Le etnie erano diverse e diversi e variegati anche i cibi portati sulla tavola comune del grande locale sottostante i tre piani della palazzina. Ai giochi di società e intrattenimenti, si intrecciavano con regolarità, incontri di gruppo guidati, dove a ciascuno era chiesto di far circolare le proprie emozioni, sentimenti, ricordi, narrazione di tradizioni, al fine di creare un patrimonio condiviso.
In questi spazi comuni erano anche stati allestiti una biblioteca e dei laboratori per la lavorazione di manufatti che potevano essere assemblati, nonostante la presenza dei bambini che, man mano, arrivavano. Non posso evitare un po’ di magone ripensando a tutto ciò, che resta come un punto luminoso della nostra storia, anche se non siamo riusciti a sopravvivere più di dieci anni.
Mi piace, quindi, condividere la storia di uno di questi gruppi familiari accolti al Residence, racconto che mi strappa sempre un largo sorriso. Quella volta si trattava di una coppia di coniugi afghani; si trovavano da pochissimo in Italia, avevano già due figli maschi e la signora si era scoperta incinta appena arrivata. Alla Stazione Centrale, qualcuno aveva dato loro il nostro indirizzo, visto che, soprattutto, non avevano casa.
Arrivarono molto impacciati, dovendo parlare in una lingua piuttosto sconosciuta e, tramite questa, chiedere aiuto. I due bambini erano bellissimi e gli adulti molto gentili. Nel solito modo rocambolesco, riuscii non solo a comprendere le loro difficoltà ma anche a fare una proposta di accoglienza se avessero deciso di accogliere, a loro volta, il bambino che Mira portava in grembo. Mira e Rangian si consultarono; ricordo che andai con i bambini in un’altra stanza perché potessero parlarsi con tranquillità e, infine, mi comunicarono che si erano trovati d’accordo nel dare nuovamente la vita.
Così li accogliemmo nel nostro ‘Residence dei Fiori’ e la gravidanza andò avanti. Arrivò anche il momento del parto: era una bambina. Colmi di felicità me li ritrovai, con Mira ancora in vestaglia perché ricoverata, nel mio studio. «Che cosa ci fate qui?» dissi sorridendo. «E’ nata la nostra bambina e dobbiamo mettere nome!  Al nostro paese quando una persona aiuta la mamma, si chiede nome a lei.  Come si chiama tua figlia?»
Cominciai a sentire piccole gocce di sudore sulla fronte: sapevo che erano di religione musulmana e mia figlia si chiama Cristiana; eravamo all’assurdo! Tergiversai dicendo che ci saranno stati bellissimi nomi, magari di fiori o di altre cose belle, nella loro lingua, ma l’insistenza non accennava a diminuire. Imbarazzatissima, finalmente, comunicai il nome di mia figlia dicendo che non erano affatto obbligati, e che decidessero pure diversamente.
Grandi sorrisi e molti consensi sul nome; «Cristiana!», dicevano di sì stringendomi le mani.
La cosa più buffa fu di qualche giorno dopo; raccontando l’accaduto in segreteria, dove registriamo i nomi dei ‘nostri’ bambini, venni a sapere che, come spesso è accaduto nella vita di mia figlia, anche quella volta ‘Cristiana’, per errore, era diventato ‘Cristina’, nell’uso normale decisamente meno connotato. Tirai un gran respiro di sollievo ringraziando la buona sorte e ridendo di tutte le mie perplessità.