In ascolto dell’America.
Il 7 aprile scorso alla Pontificia Università Urbaniana, è iniziato il convegno «In ascolto dell’America. Incontri fra popoli, culture, religioni: strade per il futuro»; fino al 9 aprile si alterneranno docenti delle università del Nord, Centro e Sud America, leader religiosi americani cattolici, protestanti, ebrei e islamici, operatori sociali e del mondo della comunicazione. Pubblichiamo stralci di uno degli interventi.
(Maurizio Gronchi) Nell’alveo della teologia della liberazione, fin dai primi anni dopo il concilio Vaticano II, sorge in Argentina una corrente che si distingue per il suo carattere popolare, evitando il ricorso a strumenti di analisi marxista, forse anche per influsso del peronismo. La teología del pueblo prende forma in questo ambito. A opera di alcuni teologi come Lucio Gera, Justin O’Farrel, Gerardo Farrel, Rafael Tello, Alberto Sily, Fernando Boasso, monsignor Enrique Angelelli, monsignor Manuel Marengo, viene elaborato il Documento di San Miguel del 1969, uno dei testi più significativi e influenti della storia della Chiesa argentina, in cui si parla, tra le altre cose, di pastorale popolare pensata non solo per il popolo, ma a partire dal popolo. L’idea di fondo è che il popolo latinoamericano è già stato evangelizzato e dunque presenta molti elementi che non sono solo semi, ma frutti del Verbo.
Specialmente a opera del gesuita Juan Carlos Scannone, con teología del pueblo si parla del popolo come soggetto storico-culturale, e della religiosità popolare come di una forma inculturata di fede cristiana cattolica nel popolo argentino e latinoamericano. È una linea che privilegia più l’analisi storico-culturale che quella socio-strutturale. Uno dei frutti principali è stata la valorizzazione della religiosità popolare, che ha lasciato una grande impronta in tutta la Chiesa argentina, in particolare nella pastorale dei santuari. Ultimamente — come si evince dal documento di Aparecida — si parla ufficialmente di spiritualità e mistica popolare. Lo stesso Benedetto XVI ha detto ad Aparecida che la pietà popolare è uno dei grandi tesori dell’America Latina. Oggi il tema va acquistando nuova attualità grazie alla provenienza argentina di Papa Francesco, che fu studente di Scannone.
Secondo il metodista peruviano Jorge Bravo, le caratteristiche principali di una «teologia fatta dal popolo» sono la sua dimensione biblica, dialogica, al servizio della identità cristiana e della identità culturale del popolo, l’impegno con i poveri; le sue prospettive si orientano al servizio di una spiritualità comunitaria, alla formazione per il servizio, alla ricerca di nuove forme di educazione teologica del popolo.
La domanda centrale che la teologia si pone quando guarda allo sviluppo del pensiero credente, maturato in un determinato contesto culturale, è duplice: come viene accolto e compreso il Vangelo di Gesù in questa cultura? Questa visione contestuale della fede cristiana, che cosa apporta alla Chiesa universale? In tal senso, dagli anni Settanta del secolo scorso, si parla d’inculturazione, per dire quello scambio vitale che si stabilisce tra il Vangelo e le culture.
La risposta alla prima domanda, in America Latina e nei Caraibi, è passata dalla colonizzazione alla liberazione, fino al recupero delle radici indigene, evolvendo nella prospettiva della cultura della vita e della religiosità popolare. Cristo ha assunto sempre più i tratti del Dio coinvolto nella vita del popolo, coniugando storicità e trascendenza di Gesù Figlio di Dio, profeta del Regno e Signore crocifisso-risorto, donatore dello Spirito, Salvatore e liberatore di tutti, a partire dai più poveri.
Tra le diverse figure cristologiche che prendono forma nei vari orientamenti, alcune risaltano per i loro tratti fecondi, come quelli del Gesù liberatore integrale, capace di umanizzare l’uomo (oltre a divinizzarlo); il Signore fedele alla terra, che si offre al suo popolo, resistendo all’oppressione e donando dignità e libertà; Colui che dona la vita in abbondanza, suscitando gioia e speranza, i cui frutti sono visibili nella religiosità del popolo. Altre figure cristologiche, diversamente, non sono esenti da forti ambiguità, come quella del Cristo cosmico, sradicato dalla storia e ridotto a simbolo universale.
Ora, aldilà di questa breve valutazione critica delle immagini di Cristo, merita approfondimento il dinamismo che si stabilisce tra il vangelo di Cristo e le culture, e le culture evangelizzate tra loro, che, da una prospettiva dell’adattamento si è evoluto in quella dell’inculturazione. Oggi, tuttavia, seguendo una preziosa indicazione dell’allora cardinale Ratzinger (1992), sembra più opportuno parlare di interculturalità per meglio collocarsi nell’ottica dello scambio in reciprocità.
A fondamento di questa prospettiva si riconosce la potenziale universalità di ogni cultura che la costituisce in una radicale apertura, orientando verso il superamento della categoria d’inculturazione, pensata come “trapianto”, che dovrebbe dar luogo a un’ipotetica quanto improbabile “sintesi” tra la cultura della fede e ogni cultura altra, religiosamente informata o meno. Se ciò vale a livello fenomenologico, ci chiediamo: qual è il suo orizzonte ontologico, sul quale si fonda la possibilità d’incontro tra le culture? Qual è la condizione di possibilità dell’accoglienza della cultura della fede da parte di un’altra cultura?
Joseph Ratzinger risponde indicandone il fondamento nell’apertura alla verità che appartiene universalmente all’identità e unità antropologica: «L’incontro delle culture è possibile perché l’uomo, nonostante tutte le differenze della sua storia e delle sue creazioni comunitarie, è un identico e unico essere. Quest’essere unico che è l’uomo, nella profondità della sua esistenza, viene intercettato dalla verità stessa».
Su questa strada, si apre il fecondo orizzonte indicato dal Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, in cui affronta i diversi livelli d’interazione fra fede e culture, sul piano fenomenologico, con particolare riferimento alla pietà popolare (cfr. 68-70). Più avanti, nella medesima esortazione, il Papa approfondisce il significato della cultura in rapporto alla grazia della fede — «La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve» (115) — affermando che l’azione dello Spirito Santo, nella pluralità delle culture che accolgono il Vangelo, favorisce nuove comprensioni della stessa Rivelazione (cfr. 116). Infatti, l’irriducibilità della fede alla sua comprensione ed espressione in una cultura particolare ha il suo fondamento nella radice trinitaria dell’armonia nella diversità e nell’inesauribile ricchezza del mistero di Cristo che, in forza della sua trascendenza e universalità, possiede un contenuto transculturale.
Nel segno di questa effettiva svolta, dal punto di vista teologico, potremmo essere in grado di chiarire meglio la relazione tra fede e culture, passando dal come dell’inculturazione al perché dell’interculturalità. O, detto altrimenti, «dal fenomeno al fondamento», riprendendo la nota espressione di Fides et ratio.